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Sintesi e relazioni
Presentazione del libro del Prof. Giovanni
Cipriani, Ero e Leandro. Un mare d’amore
Si è svolta, il 23
febbraio 2007, nella Sala del Circolo Ufficiali della M.M. di
Taranto, alla presenza di un folto pubblico, la presentazione
del volume del prof. Giovanni Cipriani, Ero e Leandro. Un
mare d’amore, edito dalla Casa Editrice Mandese di Taranto.
La presentazione è
stata a più voci, data la singolarità del libro, che vuole
offrire uno specimen di una lettura intersemiotica del
mito di Ero e Leandro, attraverso le testimonianze letterarie e
iconografiche dal mondo antico ad oggi, ed anche musicali, per
una proposta innovativa circa lo studio dell’antico.
Le prime tre sintesi sono state curate
dalla prof.ssa Francesca Poretti.
 

GRAZIA DI
STASO
Il primo intervento è
stato quello della Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università degli Studi di Bari, prof.ssa Grazia DI STASO,
esperta di Letteratura Italiana umanistica e rinascimentale. Due
sono sostanzialmente i pregi del libro di cui si tratta, per la
docente: 1) dimostrare la sopravvivenza dei classici attraverso
altri testi non solo letterari, ma anche pittorici,
musicali, cinematografici, teatrali, che li riprendono in un dialogo
ininterrotto tra antichi e moderni; questo accade maggiormente
in presenza di un mito antropologico, qual è quello di Ero e
Leandro, paradigma della passione d’amore travolgente, tema
universale; 2) proporre un modo nuovo di insegnare ai giovani la
classicità, in questo caso, latina, attraverso la "fortuna" che
ha avuto nei secoli.
Premessa ineludibile
della proposta culturale di Giovanni Cipriani è la riflessione
sulla permanente variazione dei modelli, in particolare del
mito, riflessione suggerita dalla lettera del Petrarca
sull’imitazione (con la conseguente distinzione tra l’imitazione
pedissequa e quella che aggiunge qualcosa di proprio): ogni
opera che ne riprende un’altra, contiene una nuova proposta,
senza, però, dimenticare l’antico, così come un figlio è diverso
dal padre, ma ne conserva l’impronta. Agli esempi citati da
Cipriani sull’argomento "imitazione" (per es. il Lessing), la
docente aggiunge quello di Emanuele Tesauro, che scrive che
l’imitazione "fu la maestra di tutti gli uomini, la maestra dei
maestri … la fiamma della poesia consiste nell’imitare". Il
classico – questa è la lezione - sopravvive appunto attraverso
le riscritture e le trasformazioni. Basti pensare all’influenza
determinante di Seneca per la nascita della tragedia
rinascimentale, o alle numerose variazioni del mito di Fedra nel
teatro italiano dal ‘500 al D’Annunzio, o alla figura di Medea,
che riprende sì quella di Euripide, ma soprattutto quella di
Seneca ( più vicino alla sensibilità dell’epoca), o si pensi al
tema plautino della gemellarità, che influenza la Calandria
del Bibbiena e la Cassaria di Ludovico Ariosto,
nonostante i due autori protestino la loro originalità di autori
moderni, per nulla inferiori agli antichi, per cui ammettono di
aver tratto qualcosa, ma negano di aver rubato alcunché.
In una rapida
carrellata di variazioni che attestano la straordinaria fortuna
del mito di Ero e Leandro, la docente accenna che la storia
infelice dei due amanti è ricordata da Dante (Purg.,
XXVIII), Petrarca (nel Trionfo d’amore), Boccaccio (in
diverse opere: L’elegia di Madonna Fiammetta,il primo
romanzo psicologico della letteratura italiana, l’Amorosa
Visione, il Filocolo), per poi soffermarsi soprattutto su
due autori, uno del Rinascimento, Bernardo Tasso, padre del più
famoso Torquato, e l’altro del Seicento, Giovan Battista Marino.
Il primo, nel III libro delle Rime, riprende soprattutto
la versione del mito contenuta nell’epillio di Museo, intitolato
appunto Ero e Leandro, adattandolo alle esigenze
dell’élite di corte pre-rinascimentale, che amava i riferimenti
mitologici classici, specie se arricchiti di elementi patetici e
struggenti. Il Tasso riscrive il mito, quindi, aggiungendovi
qualcosa di suo, per misurarsi con il modello classico, in
particolare con il genere a lui congeniale, quello del poemetto
mitologico di argomento amoroso, in quanto la favola d’amore,
trascendendo i limiti temporali, ha valore esemplare. La sua
ri-scrittura non svaluta la fonte, ma mette in primo piano la
sua competenza classica e il suo rapporto con gli
auctores.
Giovan Battista
Marino riscrive il mito nel XIX canto dell’Adone, e lo fa
per bocca di Anfitrite, che ricorda la favola di Leandro morto
in giovanissima età, paradigma della brevità dell’amore e della
vanità della giovinezza. Marino nelle sue ottave riprende gli
aspetti del mito più adattabili al gusto barocco, per es. lo
scatenarsi della tempesta sul mare (di cui scrive Virgilio),
l’audace traversata di Leandro, conclusasi tragicamente, e vi
aggiunge un finale, la trasformazione nel fiore, non presente
nelle elegie di Ovidio: con questo particolare Marino mostra
chiaramente di voler emulare il poeta augusteo, l’Ovidio delle
Metamorfosi, come con il particolare della morte di Ero,
presente nell’epillio di Museo, ma non nelle elegie ovidiane.
Dunque, il poeta secentesco ha contaminato le fonti letterarie a
sua disposizione, ma non ha utilizzato solo quelle. Egli,
infatti, come precisa Cipriani, è molto influenzato dai dipinti
dell’epoca, che raffigurano la morte di Leandro e il suicidio di
Ero; in particolare, in due componimenti dell’opera intitolata
Galeria, secondo l’uso antico della
ἔκφρασις (descrizione di
un dipinto o di una scultura), il poeta illustra il dipinto
intitolato Leandro in mare di un pittore minore,
Bernardino Poccetti, e quello di Pietro Paolo Rubens, intitolato
Leandro morto tra le braccia delle Nereidi. Questi
pittori, a loro volta, erano stati influenzati dalle
illustrazioni che accompagnarono la pubblicazione dell’epillio
di Museo.
C’era, dunque, una
continua osmosi tra poesia e pittura, una interdisciplinarità
che non annullava l’autonomia dei codici, anzi, contribuiva a
metterne in rilievo le peculiarità, in una sfida continua dal
mondo antico a quello moderno.
ALBERTO ALTAMURA
Il Dirigente Scolastico
Alberto ALTAMURA, esperto di studi classici, nel suo intervento,
pone subito l’accento sulla peculiarità del testo di Cipriani,
di essere sia un testo di ricerca sul mondo antico che una
proposta didattica nuova. E’, secondo Altamura, un libro
complesso, articolato, che tratta non pochi aspetti del mondo
antico, collegati con il mondo moderno e contemporaneo, mosso
dall’esigenza di rivitalizzare lo studio dell’antichità,
attraverso un approccio interdisciplinare. Ricordando il suo
maestro, Marino Barchiesi, che cercava sempre di stabilire un
raffronto tra mondo antico e mondo moderno, indirizzando, però,
i suoi studi verso il campo della letteratura e del teatro, egli
vede nell’operazione culturale di Cipriani qualcosa di più, un
orizzonte più dilatato, perché collega alla letteratura l’arte,
la musica, il cinema. Cipriani si rivolge soprattutto ai
giovani, con questa sua opera, per coinvolgerli nello studio dei
classici con una più forte motivazione, e intende collegare il
mondo della ricerca universitaria al mondo della scuola.
L’introduzione è un
vero e proprio saggio di critica letteraria e di estetica, in
cui lo studioso affronta il complesso rapporto tra parola e
immagine, tra potenza del discorso come tale e potenza
dell’arte, in cui si viene ad instaurare tra i due ambiti un
vero e proprio certamen, al fine di stabilire a quale dei
due tocchi il primato, se alla parola sull’immagine, o, al
contrario, all’immagine sulla parola. Purtroppo, non abbiamo
testi tecnici di pittori, scultori che parlano a loro volta di
poeti, letterati e storici, ma solo il contrario.
Il saggio di Cipriani,
nell’esaminare i testi degli autori latini che hanno affrontato
la questione del rapporto tra parola e immagine (Valerio
Massimo, Macrobio, Quintiliano), evidenzia il limite del
pensiero estetico antico, anche se indirettamente; persino in
autori "canonici" di critica estetica (ad es. l’autore anonimo
dell’opera Del Sublime, o l’Aristotele della Poetica)
manca un pensiero organico, pur essendoci intuizioni profonde;
vi si trovano belle formule (ad es. quella famosa di Simonide,
che "la pittura è poesia muta, la poesia pittura che parla"), ma
non le risposte a domande fondamentali, per es. "qual è
l’essenza dell’arte, la quidditas? Che cosa distingue
l’arte dalle altre discipline?" Essi non vanno oltre il
verosimile, per cui mancano le definizioni sulla vera natura del
bello, del sublime; distinguono i generi, le loro strutture, ma
non approfondiscono l’analisi dei testi. Tutto ciò è, invece,
alla base del libro di Cipriani, che diventa appunto un saggio
di critica letteraria completo.
Partendo dalla storia
di amore e morte di Ero e Leandro, una storia di sapore
romantico, Cipriani ha analizzato soprattutto due testi di
autori latini, il passo delle Georgiche (III, 219-282) di
Virgilio e la lettera di Leandro ad Ero (Heroides, 18),
entrambi tradotti in modo acuto, penetrante e brillante: nel
primo i due innamorati non sono neppure nominati, ma si capisce
che si tratta di loro (il mito era molto noto); in realtà, di
tutti i versi esaminati, solo 5-6 sono dedicati alla loro
storia, che diventa un exemplum della forza rovinosa
dell’amore, che porta con sé distruzione e morte; la visione
negativa dell’amore viene a Virgilio dal pensiero epicureo, noto
attraverso Lucrezio; anzi, mentre in Epicuro almeno c’era
distinzione tra due diversi tipi di amore, tra passione e
sentimento, in Virgilio la visione è sempre tragica, negativa.
Per questo Virgilio si sofferma soprattutto sullo scatenarsi
della tempesta, preludio alla conclusione tragica dell’amore dei
due sventurati. La lettera ovidiana, invece, si muove su un
registro completamente diverso; d’altronde, è di carattere
elegiaco-sentimentale, quanto di più lontano da quello
didascalico dell’opera virgiliana; l’episodio viene rivisitato
da Ovidio alla luce di una nuova sensibilità, che fa del
componimento quasi un monodramma lirico, secondo Fraenkel.
Cipriani ha, poi,
cercato di dare una risposta alla presenza di varianti del mito
nei testi latini e greci a sua disposizione nella probabile
esistenza di un archetipo, forse del periodo ellenistico, cui
avrebbero attinto sia Museo che Virgilio e Ovidio. Purtroppo,
sono stati ritrovati dei frammenti papiracei, ma su di essi
ancora si discute.
La parte finale
dell’intervento è dedicata dal relatore alla fortuna del mito
nella letteratura europea, in particolare, in Marlowe e in
Greenpatzer, che hanno riletto e rivisitato la storia alla luce
della sensibilità e cultura del proprio tempo. Per es. Marlowe
dà spazio al rapporto omoerotico che si instaura tra Poseidone e
Leandro, che rappresenta l’ideale del bello, tipico del suo
tempo; Greenpatzer, invece, il mito viene svuotato della sua
carica etica e religiosa e portato sul piano dei rapporti
interpersonali, in una sorta di "imborghesimento" o di
"quotidianità" della vicenda.
Gli interventi delle
prof.sse Patrizia DE LUCA e Maria Antonietta CAROLA sono
riportati per intero, alla fine della sezione.
emanuele d’angelo
Segue la sintesi
dell’ultimo intervento, del Dott. Emanuele D’ANGELO,
librettologo presso l’Università degli Studi di Bari.
Il mito di Ero e
Leandro incontra molto consenso nell’Ottocento, dopo l’inizio
della riforma wagneriana; troviamo due opere musicali che lo
riprendono, una direttamente, l’Ero e Leandro di Arrigo
Boito, l’altra indirettamente, il Tristano e Isotta di
Wagner. Ero e Leandro è l’archetipo mediterraneo, con cui
sicuramente Boito, che non ama questa fase della musica
wagneriana, intende contrapporsi all’imperante germanizzazione
della musica, a cui per primo si oppose in Italia, osteggiando
apertamente Wagner, anche con insulti.
E’ chiaro che i miti (Ero
e Leandro, Tristano e Isotta) sono sovrapponibili (due
storie d’amore contrastato, ovvero impossibile, finite male, con
la morte di entrambi gli amanti), ma non è un caso che Boito
scelga il mito di Ero e Leandro come contraltare del mito di
Tristano e Isotta. Vi introduce, però, delle volute discrepanze.
Intanto, lo arricchisce a livello narrativo con nuovi elementi:
introduce il personaggio di Ariofarne, sommo sacerdote del
tempio di Venere a Sesto (la città di Ero), che è il
supercattivo, cuore malefico della vicenda. Già questa -
commenta il relatore - è una risposta a Wagner, che, invece,
rinuncia al principio del male nel mondo incarnato in qualche
figura. I personaggi "cattivi" nell’opera wagneriana sono tali
solo in apparenza (lo zio Mark, l’amico Melot, in realtà, sono
anche loro vittime). Per Wagner sul male trionfa l’amore; ciò si
nota anche nella simbologia della luce che, durante la notte,
nasconde gli amanti (è la luce della fiaccola) e all’alba (la
falsa luce del giorno) rivela agli occhi del mondo il loro amore
adulterino. In Boito, invece, è tutto il contrario: la
catastrofe avviene di notte, questa non favorisce più gli
amanti, ma è il luogo dell’inganno estremo ed è la luce (del
lampo) che, illuminando il corpo di Leandro sfracellato, rivela
ogni cosa e causa la rovina successiva di Ero. Mentre,
nell’opera wagneriana, Tristano muore invocando Isotta e questa
si abbandona morendo sul suo corpo, per cui possiamo dire che
muore d’amore, in Boito strumento di morte diventa il perfido
Ariofarne: per Leandro che, per salvare Ero dalla punizione che
Ariofarne le avrebbe inflitto se avesse scoperto il loro amore
clandestino, si getta nelle onde, sfracellandosi sugli scogli;
per Ero che viene condannata alla lapidazione dal sommo
sacerdote, quando scopre tutto. Che cos’è successo, dunque? E’
successo che Wagner, nel suo Tristano e Isotta, ha tenuto
presente la storia di Ero e Leandro, soprattutto del racconto
che ne fa Virgilio, con la morte di Ero fra le braccia
dell’amante morto, più di quanto non abbia volutamente fatto
Boito, benché sia questo ad aver composto Ero e Leandro.
Certo, Boito si distacca dal mito per prendere le distanze non
tanto dagli autori classici (in particolare Museo, ché non
conosceva Ovidio), quanto da Wagner.
Tuttavia, conclude
D’Angelo, anche se ha ripreso il mito per distruggerlo e
rifondarlo in una forma nuova, Boito ha, in tal modo,
contribuito notevolmente alla sua fortuna.
Patrizia De Luca
Appunti e riflessioni sul volume :"Ero
e Leandro. Un mare d’amore" del prof. Giovanni Cipriani.
Il testo del prof. Cipriani,
nell’introduzione, affronta una serie di problemi che fondano l’intera analisi
delle opere d’arte e sono suscettibili di interessanti sviluppi didattici. Il
rapporto tra arte e letteratura nell’età antica viene analizzato alla luce di
alcune variabili.
La valenza del mito,cioè la sua
potenzialità intrinseca. Quando la favola è dotata di uno spessore
simbolico si presta ad essere tradotta in altri ambiti ed in altri
contesti comunicativi.
Il rapporto di compresenza tra
immagini e testo, evidente per esempio nella favola di Pero che allatta
in carcere il padre Micone. In un affresco di Pompei all’immagine sono
affiancati distici elegiaci coniati da un anonimo autore per orientare
meglio la lettura, mentre nell’incisione tardo-cinquecentesca di Giulio
Bonasone è riportata un’intera stringa di testo prelevata, con qualche
variante, da Valerio Massimo, per funzionare come didascalia alla
rappresentazione della vicenda.
Il rapporto di emulazione e di
sfida tra poeta e pittore che si esprime, nel mondo antico, con modalità
complesse e talora contraddittorie. In alcuni casi si può quasi supporre
un complesso di inferiorità dello scrittore rispetto all’artista,basti
pensare alle osservazioni di Quintiliano sull’ "ornamentum
narrationis" i cui effetti si possono riassumere nel cercare di "far
vedere" gli eventi che si descrivono. Osservazioni analoghe si ritrovano
in Macrobio che misura la capacità poetica con la valenza iconica ed il
coefficiente cromatico della narrazione ed in Isidoro di Siviglia che,
nelle Etymologiae, ribadisce la necessità di suggestionare
l’uditorio "facendo scorrere" sotto gli occhi degli ascoltatori le
immagini relative alle descrizioni.
Il rapporto tra poesia e
pittura viene talora capovolto come si può dedurre dal celebre episodio
in cui Macrobio narra come Fidia sia ispirato ad alcuni versi di Omero
per il suo Zeus del tempio di Olimpia :"Disse,e con le scure
sopracciglia acconsentì il Cronide/e le chiome d’ambrosia ondeggiarono
del sire/dal capo immortale:ne tremò il grande Olimpo". Questo confronto
,secoli dopo, fornì argomento di riflessione al Lessing che cercò di
rivedere il concetto oraziano dell’ "ut pictura poesis". Il prof
Cipriani sembra condividere alcune considerazioni dello studioso
tedesco: poesia e pittura possono ottenere lo stesso effetto ma
attraverso mezzi tra loro diversi e incompatibili. Il rapporto non va
inteso come pedissequa imitazione, ma come confronto. Giova a tele
proposito l’esempio dell’opera di Zeusi raffigurante Elena cui l’artista
aggiunse i versi di Omero. Mentre Zeusi dipinge una bellissima donna
nuda Omero si astiene dalla descrizione e si sofferma solo sull’effetto
della bellezza: "Non è vergogna che i Teucri egli Achei, schinieri
robusti, per una donna simile soffrano a lungo dolori". Erroneo invece
l’approccio di Parrasio che compra uno schiavo per farne il modello del
suo Prometeo e raggiungere il massimo della verosimiglianza. Questa
sfida vede perdente il pittore rispetto al poeta tragico che, grazie al
potere diegetico della parola ha rappresentato l’eternità del supplizio
di cui Parrasio ha colto solo un momento conducendo peraltro a morte il
modello.
Tutti questi temi proposti
nell’introduzione sono suscettibili di sviluppi didattici cui qui si
accenna soltanto:
1) La vitalità di un soggetto
mitologico si può facilmente testare attraverso la sua fortuna nel
tempo; sarebbe interessante soffermarsi sulle ragioni ideologiche,
politiche, estetiche, culturali che hanno portato gli artisti ed i loro
committenti a privilegiare alcuni temi anziché altri, basti pensare a
paradigmi mitologici quali quelli di Marte, Venere, Le Grazie , Orfeo,
Dioniso.
2) La coesistenza di testo e
immagini, l’intreccio di pittura e scrittura può dar luogo ad un lungo
itinerario che attraversa la comunicazione rinforzata, la relazione di
pura sussidiarietà, di introduzione o di guida alla comprensione
dell’immagine per approdare nel Rinascimento all’arte dell’emblematica e
delle imprese. Nel Novecento il rapporto si fa ancora più stretto, basti
pensare alle soluzioni innovative dell’avanguardia cubista e futurista
in cui le parole giocano un ruolo completamente nuovo. Per arrivare più
vicino a noi si possono citare negli anni ‘60 gli esperimenti di poesia
visiva che sono delle vere e proprie riflessioni sulla natura dei
linguaggi, le ricerche di ambito concettuale che ripropongono il tema
dell’ambiguità del linguaggio sia verbale che iconico e infine le
esperienze dei graffitisti che conferiscono all’aspetto grafico della
scrittura un carattere fortemente creativo.
3) Il rapporto di complicità
e/o di antagonismo tra letterato ed artista potrebbe portarci ad una
disamina della questione dal punto di vista critico ed estetico toccando
i poli di una relazione che ha visto generalmente le arti visive in un
ruolo di subalternità motivo per cui il principio oraziano dell’ut
pictura poesis ha sempre funzionato come dispositivo volto a
difendere la dignità intellettuale del visivo rispetto al verbale.
Piuttosto rare le posizioni di coloro che sostenevano il contrario che
si potrebbe riassumere nella formula "ut rhetorica pictura"
assegnando alle immagini una capacità di insegnare, commuovere e
persuadere superiore a quella dei testi scritti. Il quadro si trasforma
solo alla fine dell’Ottocento quando in ambito simbolista comincia a
manifestarsi una forte insofferenza nei confronti dalla "dipendenza"
dalla letteratura che diventerà rivendicazione di autonomia e libertà
senza mai rinnegare affinità e consonanze.
La proposta del prof. Cipriani
e della sua équipe è comunque circoscritta al tema della fortuna o della
memoria dell’antico nella storia dell’arte ed il discorso si articola
proprio attraverso l’esame di alcune opere d’arte nel loro rapporto con
le fonti. Dalla struttura delle schede si può dedurre un metodo di
lavoro che il docente può applicare ogniqualvolta si occupi di opere a
carattere mitologico.
-occorre innanzitutto studiare
le fonti antiche ma anche quelle medievali e moderne che hanno veicolato
la conoscenza della mitologia classica. Le Metamorfosi di Ovidio, per
esempio hanno dato luogo a tre tradizioni interpretative. L’esegesi
cristiana, la tradizione filologica e la tradizione scolastica.
Quest’ultima ha sottoposto le favole ad una lettura storica,
naturalistica e morale ,spesso con integrazioni e commenti. Dalla
parafrasi latina si è passati alle traduzioni in volgare spesso
illustrate nelle prime edizioni a stampa ed è proprio a queste fonti,
semplificate, modificate e commentate che generalmente attingono gli
artisti. Studi recenti hanno dimostrato come Giovanni Bellini, Giulio
Romano, Tintoretto, il Cavalier d’Arpino, Tiepolo non traggono
ispirazione dai testi originali ma da testi moderni in lingua italiana.
Bisognerebbe tener conto poi anche della letteratura mitografica e delle
interpretazioni in chiave stoica e neoplatonica che delle favole antiche
erano state date già nella tarda antichità (Igino, Servio, Macrobio,
Fulgenzio, Lattanzio) sino al Boccaccio ed oltre nel Rinascimento con
Giraldi, Cartari, Conti. E’ necessario inoltre evidenziare una eventuale
compresenza di fonti diverse come punto di riferimento per l’artista.
Nell’ambito della ricerca su
Ero e Leandro questo rapporto emerge nel caso della pittura Pompeiana
con un riferimento, da parte degli artisti, a fonti diverse: tavole che
accompagnavano papiri letterari, rappresentazioni mimico-teatrali oltre
ad una forte dipendenza dalle Heroides di Ovidio. Nel caso di
Rubens viene messa in evidenza la probabile dipendenza della figura di
Ero suicida da una delle illustrazioni che decoravano l’edizione
quattrocentesca delle Heroides. Si sottolinea anche la probabile
utilizzazione di tutte e tre le fonti antiche: Ovidio, Virgilio e Museo
mentre per il Gruppo delle Nereidi si è individuata una fonte diversa:
Il Lamento per la morte di Adone di Bione, poeta greco del II sec. d .C
-La seconda indicazione di
metodo è quella che si riferisce all’indagine del rapporto tra artista e
committente e che spiega in molti casi come i racconti mitologici
abbiano avuto funzioni diverse e trasmesso significati diversi nel
tempo. Andrebbe indagata anche, nel suo rapporto dialettico con
l’artista e con il committente, la personalità del consulente
iconografico che spesso è il responsabile dell’adattamento del mito.
La favola di Ero e Leandro non
ha subito nel tempo grandi oscillazioni semantiche: nell’antichità
l’attenzione degli artisti è catturata dall’impresa di Leandro,
raffigurato come un audace e vigoroso nuotatore; nel medioevo la favola
attestata solo in poche miniature, viene trasferita in un ambiente
cortese e cavalleresco e la torre di Ero diviene un bel castello
medievale; il Rinascimento relega questa storia in una posizione molto
marginale poiché gli artisti appaiono scarsamente interessati al tema di
amore e morte; le rappresentazioni del tema si intensificano dall’età
barocca sino ai nostri giorni, sempre con maggiore attenzione all’esito
tragico della vicenda. L’arte contemporanea si è riappropriata del mito
variando gli stereotipi compositivi per riflettere sempre, però, sulla
natura del sentimento amoroso e sulla sua eterna vitalità. E’ importante
sottolineare come l’antico sia tornato funzionare oggi come antidoto
alla freddezza, all’impersonalità, all’internazionalismo sovrastorico
del linguaggio moderno attraverso il recupero di una identità culturale
e di una memoria storica nel segno del mito mediterraneo.
-L’ultima indicazione
metodologica, la più complessa, è quella relativa alla lettura
comparata, sul piano linguistico - espressivo del testo e dell’immagine.
Fermo restando che parola e immagine sono traduzioni diverse di uno
stesso tema e che trasmettono ciascuna un proprio senso, ci si può
avventurare talvolta in un’indagine comparata di significati e
significanti per individuare quanto la sostanza espressiva della fonte
abbia permeato la "traduzione" o quanto questa se ne sia liberamente
discostata. A tale proposito si potrebbe aggiungere che uno degli
indirizzi interpretativi contemporanei ha portato avanti le riflessioni
del Lessing sulle arti sorelle spiegando il paradosso delle reciproche
somiglianze che convivono con le reciproche differenze su base
semiotica. La letteratura e le arti figurative possono essere sussunte
nella categoria più generale della comunicazione ed i loro prodotti
possono essere interpretati come messaggi che usano codici diversi.
Nell’ambito di questi studi sono state portate avanti ricerche sulla
retorica del segno visivo ed in sostanza si è verificato se, nel testo
visivo si possono ritrovare le figure retoriche che sono state
codificate per i testi verbali. Tentativi in tal senso sono stati fatti
per l’arte paleocristiana e per la pittura europea tra ‘500 e ‘700 con
particolare riferimento a Raffaello, ai Carracci a Reynolds e a Poussin.
Resta da chiarire se la presenza della retorica nella pittura sia il
risultato di una mossa deliberata da parte degli artisti, decisisi ad
elaborare le loro invenzioni e composizioni in termini retorici o non
piuttosto la proiezione dei nostri moderni interessi di studio sul
passato. In ogni caso un raffronto continuo tra il codice verbale e
quello visivo può servire a chiarire le somiglianze funzionale e quindi
il senso, si volta in volta diverso dell’ ut pictura
poesis.
Note sugli artisti
Annibale Carracci
L’affresco che riproduce Ero e
Leandro si trova nella galleria di Palazzo Farnese a Roma, realizzata da
Annibale Carracci a partire dal 1597. Non stupisce che questa sia una
delle rare attestazioni del mito in età rinascimentale poiché il tema di
fondo della galleria è la rappresentazione dell’amore delle coppie
celebri della mitologia vissuto in tutte le sue forme, da quella
idillica a quella tormentosa e tragica e quindi può comparirvi, a buon
titolo, la storia di Ero e Leandro. Resta comunque un eccezione poiché
in quest’epoca i temi mitologici prescelti vertevano di solito sul tema
della scelta, del contrasto tra virtus e voluptas, della
contaminazione tra fortuna e vanitas ma non sul tema di
amore e morte. In ambiente fiorentino si diffusero molte mitografie
ispirate all’interpretazione neoplatonica dell’amore mentre in ambiente
veneto prevalse un’interpretazione naturalistica e panteistica.
Rubens
1) Per quanto riguarda il senso
tragico de paesaggio oltre al riferimento alla visione senecana della
natura si deve tener conto dei rapporti di Rubens con la pittura veneta
manierista e con i due più eminenti pittori di paesaggio di quegli anni:
il tedesco Adam Elsheimer ed il fiammingo Paul Bril (incontrati a Roma)
2) In riferimento alla
committenza ci sono due ipotesi: o il quadro è stato dipinto da Rubens
per il libero mercato o è stato commissionato da Vincenzo Gonzaga. ln
questo caso potremmo riferirci a precisi eventi biografici ripercorrendo
a ritroso la vita avventurosa di Vincenzo Gonzaga. Nel 1605 Vincenzo era
sposato con Eleonora dei Medici dopo che nel 1583 era sto annullato il
matrimonio con Margherita Farnese. Nel 1581, durante i negoziati per il
primo matrimonio, Vincenzo aveva in corso una relazione clandestina con
la contessa Ippolita Torelli con la quale, complice un nano mantovano,
intratteneva un fitto carteggio. Durante i preparativi per le nozze
Vincenzo trova il tempo di sparire per una settimana con Ippolita. Il
carattere clandestino della relazione, il rischio connesso all’ostilità
dei genitori, il destino crudele di Vincenzo destinato ad un infelice
matrimonio con la Farnese, possono fornire qualche indizio. Tenendo
conto inoltre del fatto che, come esito della sfortunata unione con
Margherita, Vincenzo dovette subire una umiliante prova di virilità per
affrontare il successivo matrimonio, si potrebbe osservare che il
paradigma mitologico di Ero e Leandro poteva servire quasi come riscatto
personale nel riferimento alla prestanza atletica ed al vigore amatorio
del protagonista che, dopo un lunga traversata a nuoto, si congiungeva
ogni notte con la donna amata.
Non è superfluo ricordare che
il dipinto di Ero e Leandro fu realizzato contestualmente ad altre due
opere: La caduta di Fetonte (Washington National Gallery) e la morte di
Ippolito (Cambridge, Fitzwilliam Museum) soggetti che sembrano rinviare
ai continui ed insanabili contrasti di Vincenzo con il padre Guglielmo
che inibiva sistematicamente ogni tentativo del figlio di esperire nuove
vie sia in ambito amoroso che politico.
Turner
Quando fu esposto alla Royal
Academy il dipinto (oggi alla National Gallery) fu accompagnato da
alcuni versi che facevano riferimento ad Amore sulle scale che tiene la
fiaccola e a Cinzia (Artemide Cinzia che aveva scatenato la tempesta?)
che tiene la lampada. Il dipinto può essere stato ispirato a quello di
William Etty esposto nel 1829 in cui l’artista aveva ritratto i due
amanti riversi uno sull’altro, le teste vicine, quasi a formare un corpo
solo. Già alcuni anni prima di Etty Turner, nell’album Il Molo di
Calais , aveva tracciato un disegno su questo tema, segno questo
dell’interesse dell’autore per questo soggetto forse per l’affinità tra
il destino doloroso di Ero e quello di Didone le cui vicende Turner ha
rappresentato più volte. Pur nella rappresentazione visionaria si coglie
la centralità della figura di Ero, laddove nelle precedenti
rappresentazioni il protagonista della scena era stato senza dubbio
Leandro; della giovane innamorata Turner restituisce, sia pure con un
linguaggio molto indeterminato, i palpiti, le ansie e la passione
amorosa.
Nella versione della Tate
Gallery si intravedono con maggiore chiarezza, in basso a destra, i
corpi senza vita di Ero e Leandro e, in ascesa, aloni spettrali, spiriti
volatili che sembrano proprio le anime di Ero e Leandro che si librano
sopra le acque, finalmente congiunte per sempre. Qui si potrebbe vedere
un riferimento ai versi finali dell’epillio di Museo . "Così muore Ero
sul corpo del suo amante e furono uniti anche nel loro trapasso".
Twombly
Allievo nel 1951 di
Franz Kline e di Robert Motherwell, elabora un proprio linguaggio
espressivo in cui confluiscono gli alfabeti grafici di Paul Klee e
suggestioni dadaiste e primitiviste. Trasferitosi in Italia trasforma il
suo fluido espressionismo in un informale segnico nel quale il tracciato
lineare, di poetica leggerezza, diviene denso di rimandi concettuali. A
contatto con Gastone Novelli ed il gruppo di artisti romani subisce il
fascino dell’antico, della cultura classica ed umanistica della vecchia
Europa ed approfondisce il rapporto con la mitologia.
Nel primo dei tre dipinti
dedicati ad Ero e Leandro l’onda disegna una diagonale che parte dal
vertice in basso a destra e giunge in alto a sinistra; è quella che
Kandinskji chiamava diagonale disarmonica perché attraversa due settori
del quadro molto diversi in quanto a peso visivo: molto pesante il
quadrante inferiore destro, molto leggero il quadrante superiore
sinistro (ricordiamo i rapporti di Twombly con l’astrattismo europeo).
Ne rinviene un senso di ascesa verso l’ alto e di allontanamento: l’onda
si impenna e si allontana, Leandro, la cui sagoma scura è ben visibile
all’interno dell’onda, è trascinato per sempre verso la sua amante. La
metà bianca dove campeggia il nome di Leandro si può leggere alla luce
delle stesse affermazioni dell’autore: "Quello della bianchezza può
essere uno stato classico dell’intelletto o un’area neoromantica della
rimembranza, come nella bianchezza simbolica di Mallarmé". Il nome di
Leandro vive nel diario intimo e segreto e nella memoria storica; il
quadro non comunica solo il senso dell’annientamento ma anche quello
dell’eterno rivivere. Questo conferma l’assunto iniziale e cioè che la
validità del prototipo determina il gioco delle riscritture e la
persistenza nel tempo del mito.
Bibliografia essenziale
CLAUDIA CIERI VIA, L’antico
tra mito e allegoria, il tema dell’amore nella cultura di immagini tra
‘400 e ‘500, Corso di Iconologia e Iconografia, anno accademico
1985-6, Università degli Studi di Roma "La Sapienza", Facoltà di Lettere
e Filosofia.
KATE SIMON, I Gonzaga,
Newton Compton Editori, 1988, pp.278-303.
GIOVANNA PERINI, Appunti
sulla tradizione dell’ "Ut rhetorica pictura" in Italia dal Rinascimento
all’Illuminismo, in AA.VV, Immagini degli Dei, Mitologia e
collezionismo tra ‘500 e ‘700, L eonardo Arte,1996, pp. 49-65.
BODO GUTHMULLER, Il mito e
la tradizione testuale (le Metamorfosi di Ovidio), in AA.VV,
Immagini degli Dei, Mitologia e collezionismo tra ‘500 e ‘700, Leonardo
Arte, 1996, pp.66-80.
Siti internet:
htpp://www.italica.rai.it/rinascimento/
parole-chiave/schede/mitogra.htm
maria Antonietta Carola
Recensione dell’Appendice "Il
mito di Ero e Leandro nella musica" dal volume "Ero e Leandro: un mare
d’amore" di Giovanni Cipriani
Il volume curato dal prof.
Giovanni Cipriani riguardante il mito greco dei due sfortunati amanti,
Ero e Leandro, ha il pregio notevole e forse unico di rivolgere uno
sguardo analitico e storico anche alle opere musicali che hanno avuto
seguito e si sono ispirate all’antico mito preso in esame. È un lavoro
pregevole sul piano didattico: infatti, pur partendo da un argomento
mitologico greco che filtra nella cultura latina con Servio e Fulgenzio,
indaga, interagisce e si confronta gettando lo sguardo sui prodotti
letterari, artistici e musicali che costituiscono la trama più vera
della cultura umanistica.
Spinge quindi l’allievo ad
allungare lo sguardo sino ai prodotti multimediali e a manipolare il
dato letterario per cercare le più stravaganti e fantasiose versioni che
di esso l’estro artistico ci ha lasciato.
Ma il valore "aggiunto" è
costituito proprio dall’appendice dedicata alla musica che costituisce
un esempio di quella didattica interdisciplinare così tanto auspicata e
reclamizzata dalle varie proposte di riforma succedutesi in questi
ultimi anni.
Il testo propone inizialmente
un tracciato della fortuna del mito di Ero e Leandro nella storia della
musica, partendo dal genere polifonico vocale del tardo Rinascimento
passando dalla cantata e approdando al melodramma tardo ottocentesco con
dovizia di particolari, di notizie e di citazioni.
Più originale appare invece il
raffronto del mito di Ero e Leandro con il grande romanzo di derivazione
medievale rivitalizzato e consacrato agli allori imperituri della storia
da Richard Wagner, della leggenda di Tristano e Isolda.
Il primo elemento di
condivisione è il mare con le due rive opposte e nemiche che si
fronteggiano e che diventa complice dei loro amori: Leandro attraversa
il mare per incontrare l’amore di Ero e parimenti Tristano, abbandonato
su una zattera in preda ai flussi marini, approda sulle rive irlandesi
dove troverà l’amore di Isotta.
Il mito di Tristano e Isolda,
da un recente studio sull’argomento, a differenza di quanto conosciuto
sinora, si svolge anch’esso in un unico stretto di mare: il mare
d’Irlanda. In esso si intrecciano tutte le vicende del mito celtico e
sulle sue coste si trovano i luoghi deputati alla storia:
Kaerlaverok, è
la sede del castello di Re Marke
L’isola di
Whithorn (Isola da cui si vedeva da terra il
combattimento tra i due campioni) è il luogo in cui è
avvenuto il duello tra Morold e Tristano, e da cui è
partita la zattera col corpo di Tristano, al largo della
Cornovaglia scozzese. Zattera che potrebbe essere
approdata o a Bangor o a Dublino (comunque in Irlanda),
dove morente sarà curato da Isolda di cui si innamorerà.
Da qui affidandosi nuovamente ad un’imbarcazione leggera
Tristano torna a Caerlaverock.
Da Caerlaverock
parte Tristano per prendere la Regina Isolda e recarla
in sposa a Re Marke
Kareol,
nell’isola di Man, ancora nel mare d’Irlanda, è il luogo
in cui Tristano si recherà in volontario esilio, di cui
Isotta ricorderà
l’immenso fragore dell’ondeggiante marea in cui
naufragare e annegare.
Il tema del mare come sfondo
comune alle due leggende si conferma un topos del tema
dell’amore.
L’aspetto più pregnante
dell’opera wagneriana è la musica: l’essenza e il significato del dramma
sono affidati al linguaggio dei suoni che vengono ad essere costruiti,
organizzati e rievocati su una grammatica nuova e simbolicamente ricca e
pervasiva. L’inizio dell’intero dramma è foriero di novità. Il Tristan
accord, l’accordo con cui attacca il I atto, è l’emblema del linguaggio
cromatico wagneriano. Esso è un accordo estraneo alla tonalità di La
minore che è la tonalità di impianto del Preludio al I Atto, e il
continuo movimento cromatico sia melodico che accordale arricchisce la
tessitura con dissonanze e modulazioni sino a modificarne la struttura e
la conduzione armonica. Sarà il Tristan-accord a destabilizzare l’intero
sistema tonale del classicismo musicale per trasportarci nel Novecento
sino alla dissoluzione della forma e allo sgretolarsi del diastematismo
tonale.
Il Tristan-accord che si ode
dopo l’attacco del violoncello è un messaggio la cui significazione è
molto complessa: nella musica tristaniana il simbolo dell’androgino
sonoro è l’accordo di Mi maggiore (mi-sol#
-si) (dominante à antitesi alla corda di
vibrazione del La tonica). Il Tristan-accord ha scisso la base MI ( che
è il suono generatore dell’accordo) nei due suoni più vicini, uno verso
l’alto (FA) uno verso il basso (RE diesis), formando così la sequenza
(FA) SI (RE diesis) SOL diesis.
SCHEMA
Così formato il Tristan-accord
fu soprannominato dai primi esegeti "Todes-Akkord" o "Accordo di Morte."
Esso rappresenta la caduta nella voragine del tempo, da cui gli
innamorati devono uscire per riconquistare la libertà di danzare come
angeli nel cielo. Sarà un morire alla vita terrena (giorno) per entrare
tra gli eletti del mondo delle tenebre (notte). Si avvia così una sorte
di cammino iniziatico: non dimentichiamo che Isolda è una maga, una
sacerdotessa, del mondo antico. E in questo c’è un altro punto di
contatto con Ero: entrambe sono al servizio della Dea Amore: Afrodite o
Minne che si voglia chiamare. Sono loro che introducono all’amore gli
eroi Tristano e Leandro.
Qui è d’obbligo una parentesi:
nelle mitologie antiche, i sacerdoti, gli sciamani erano anche capaci di
sentire o evocare suoni come presenza di divinità in terra: Isolda nel
notissimo passo del III atto prima di morire sul corpo di Tristano
esanime canta: Odo io sola questo canto, che, sublime,……..
Ero nell’opera di
L.Mancinelli-Boito non si abbandona ad un momento lirico, a un lamento
evocativo, ma muore senza canto. Questo finale, come giustamente
segnalato è senz’altro un elemento di contrasto con Wagner, ma ancor più
un mancato tributo ad Afrodite di cui Ero è sacerdotessa.
Ma avviciniamoci alla musica di
Mancinelli, di cui ci sono pochi riferimenti nel libro, ma a cui è
dedicata un’ampia sezione d’ascolto nel CD-rom.
Ero e Leandro è un’opera ricca
di molti spunti inerziali che non arrivano al giusto compimento
drammatico (forse anche a causa delle arditezze linguistiche del
libretto) ma al contempo è anche un’opera profondamente originale in
linea con le novità musicali che si affacciavano nell’Europa musicale di
fine Ottocento.
Nel libro più volte si
sottolinea la volontà del librettista Boito di allontanarsi con la
favola di Ero e Leandro dal Tristano. Però, ahimé, Luigi Mancinelli nel
porre in musica i versi boitiani tradisce questo intento usando un
linguaggio musicale ormai profondamente compromesso dall’idioma
cromatico e fluente di chiara impronta wagneriana. D’altra parte
Mancinelli conobbe Wagner a Venezia nel 1883 in occasione del 1°
esperimento dell’unione della Morte di Isolda al Preludio del Tristan
und Isolde in esecuzione sinfonica. Dirigeva Mancinelli e Wagner, che
apprezzò l’esecuzione, ebbe modo di elogiare personalmente il nostro
compositore. Negli seguenti la fama di Mancinelli come direttore
d’orchestra si poggiò espressamente sulle interpretazioni delle opere
wagneriane.
Ero e Leandro,
nell’essenzialità del declamato e in una condotta armonica ormai
affrancata dal wagnerianismo, racchiude in sé i caratteri più originali
di quel rinnovamento del teatro italiano che sarà poi continuato in
chiave europeistica da Malipiero e Pizzetti. Guido Salvetti, che ha
curato un recente lavoro sul secondo Ottocento dell’Opera italiana,
definisce l’opera di Mancinelli: «sintesi delle aspirazioni di
nobilitazione del linguaggio operistico, agitate dai giovani scapigliati
fin dal 1860, e qui (in Mancinelli) sbocciate finalmente in un
vero decoro linguistico, in una profonda intensità espressiva e
drammatica, in una concezione un poco estatizzante e sicuramente colta».
Nell’atto III scena II, il
duetto tra Ero e Leandro "Vieni al giaciglio", riprodotto sul
CD-rom allegato al volume, ben descrive i caratteri dei personaggi: ad
Ero è affidata una melodia cromatica di wagneriana memoria introdotta da
un assolo di oboe, mentre dopo il grido di invocazione di Leandro
l’orchestra intesse un disegno armonico e timbrico molto soave e dolce
che prelude al carattere delle parole evocative di Ero che parla della
cadenza di un’arpa e di una dolce morte. Leandro invece risponde
concitatamente all’avversa e drammatica fine preconizzata da Ero.
Segue il duetto "Andrem
sopra i flutti profondi", di un lirismo commosso, sospeso e
intrecciato tra le voci che sono pensate insieme ma in forma di eco (in
musica diremmo in contrappunto) che sottolinea il desiderio di essere
insieme, di raggiungersi (è Leandro che cerca di raggiungere Ero) e
vivere insieme, ma che fino alla fine del duetto continueranno a cantare
divise, come presagio del loro avverso destino.
Molto spazio è stato dedicato a
questa contaminazione Tristano/Isolda – Leandro/Ero, ma fu Giovanni
Bottesini che per primo musicò il libretto di Arrigo Boito su Ero e
Leandro. Questo musicista che operò tra la fine dell’Ottocento e gli
inizi del Novecento fu celebre per l’evoluzione tecnica e altamente
virtuosistica che compì sul contrabbasso, strumento di cui era virtuoso.
Ma la sua attività come direttore e compositore, solo in tempi recenti
ha attirato l’attenzione di studiosi e interpreti: si pensi solo che
Verdi lo volle come direttore dell’Aida alla prima esecuzione al Cairo
nel 1871.
Ero e Leandro è da considerarsi
forse la sua opera migliore. Marcello Conati la definisce così: «Ero
e Leandro di Bottesini è un’opera di lineare eleganza, permeata di
intima commozione; testimonia l’alto grado di perizia strumentale nella
ricerca di vivaci coloriti orchestrali e limpidezza del canto se pur
carente di autentica tensione drammatica».
Avremmo pensato che nel CD-rom
sarebbero stati inseriti dei brani tratti dall’opera Bottesini-Boito, ma
questi pezzi musicali mancano, forse anche a causa della difficoltà a
reperire incisioni di un’opera scarsamente rappresentata in epoca
moderna.
Il volume del Cipriani, anche
nella sua parte riguardante gli sviluppi musicali del mito di Ero e
Leandro, offre notevoli spunti di lavoro sia didattico sia di ricerca
per chi volesse approfondire temi dal fascino insuperato.
Atto II: un giardino
rigoglioso, una divina e lucente notte estiva avvolge l’appartamento di
Isolda nel castello di Re Marco. Fanfare di caccia si allontanano sempre
più. I corni risuonano in lontananza fino a tacere del tuitto. Una
fiaccola confitta vicino alla porta rischiara le tenebre. E’ l’ultimo
avanzo dell’odiata luce. Isolda è agitata. Il giorno le è sembrato
eterno. Le esortazioni di Brangania alla prudenza e a guardarsi da Melot,
l’amico di Tritano, restano inascoltate. La Regina ordina di spegnere la
fiaccola. << Monna Minne non conosci? Vita e Morte sono a lei soggetti;
ela li intesse di piacere e di patire>>.
Nel canto della Dea, Isolda si
definisce" consacrata alla morte".
Capovolge la fiaccola e la
spegne, come gli iniziati a Persefone, che conoscono i misteri di Eros e
Thanatos. E canta col dolce trasporto la sua decisione: " La fiaccola,
fosse anche la luce della mia vita…ridendo, non temo di spegnere!"
Atto III: Una tritissima e
antica melodia di una zampogna è il segno che nessun vassallo arriva. La
vecchia aria ridesta Tritano. Kurwenal gioisce, spera che la vita
rifiorisca nel suo Signore. Ma Tritano canta: << E’ il luogo dove sono
sempre stato e dove tornerò, nell’ampio reame della notte dei mondi>>. E
tuttavia, l’appassionato amore per Isolda lo ha spinto di nuovo alla
vita. Brucia dalla brama e dall’ansia di rivederla. Maledice il giorno
illusorio e la fiaccola che li teneva separati.
Il mare d’Irlanda
Kaerlaverok,
sede del castello di Re Marke
L’isola di
Whithorn in cui è avvenuto il duello con Morold, è il
luogo da cui è partita la zattera col corpo di Tristano,
al largo della Cornovaglia scozzese. Zattera che
potrebbe essere approdata o a Bangor o a Dublino
(comunque in Irlanda) (Isola da cui si vedeva da terra
il combattimento tra i due campioni)
Da qui
affidandosi nuovamente ad un’imbarcazione leggera
Tritano torna a Caerlaverock.
Da Caerlaverock
parte per prendere la Regina e recarla in sposa aRe
Marke
Quando nel
terzo atto si reca a Kareol nell’isola di Man è ancora
nel mare d’Irlanda, e Isotta ricorderà
l’immenso fragore dell’ondeggiante
marea in cui naufragare e annegare.
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